sabato 28 gennaio 2017

May:"Trump appoggia la Nato al 100%", e il nuovo presidente USA ha già firmato per nuove navi e nuovi aerei da guerra



Questo è un articolo di oggi, sabato 28 gennaio,
Non solo Trump ha rassicurato la May dicendole di essere favorevole alla Nato al 100%,

ma avrebbe già firmato provvedimenti

"per il potenziamento dell'arsenale militare, più navi, più aeroplani, più strumenti per la sicurezza informatica "

Marco

da secoloditalia.it

Trump e la May d’accordo sulla NATO: “Tutti i Paesi devono spendere di più”

di REDAZIONE
sabato 28 gennaio 2017 - 07:36

Donald Trump e Thèresa May sembrano d’accordo su tutto: commercio, lotta all’Isis, persino sulla Nato. Ma c’è un grosso problema che rischia di rovinare tutto: si chiama Vladimir Putin. È un passaggio delicato: oggi Trump e il presidente russo si sentiranno per telefono. Nella Casa Bianca, all’ora di pranzo, davanti a tv e giornalisti, Trump e la premier britannica May provano a circoscrivere le differenze rispetto al Cremlino. I due leader hanno appena terminato il colloquio nello Studio Ovale. La conferenza stampa dura solo 18 minuti, ma c’è il tempo per la domanda chiave: gli Stati uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia? Trump risponde con insolita cautela: «Troppo presto per parlarne, non conosco Putin. Non posso garantirlo, ma penso che potremo cominciare un grande rapporto. Stati Uniti e Russia possono combattere insieme contro l’Isis, che è il vero male. Una buona relazione con la Russia, con la Cina e altri Paesi sarebbe una cosa positiva», si legge su “la Stampa“.

Trump e May, sintonia anche sulla NATO

Più chiara Theresa May, nell’unico momento veramente limpido della giornata: «Il Regno Unito manterrà le sanzioni finché la Russia non avrà rispettato gli impegni previsti dall’accordo di Minsk». Il primo ministro del Regno Unito si riferisce all’intesa sull’Ucraina, firmata il 5 settembre 2014 anche da Mosca e che prevede tra l’altro il monitoraggio intemazionale dei confini orientali, ancora controllati da milizie collegate ai russi, Ma naturalmente il dossier Ucraina è solo un aspetto di una questione più generale e più profonda: Putin può essere un interlocutore affidabile, addirittura un alleato? E il dubbio sistemico, strategico che tornerà oggi nelle altre conversazioni telefoniche segnate sull’agenda di Trump: con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande. L’impressione è che Trump confermerà la linea aperturista verso Putin, senza farsi condizionare dagli europei, cui concede solo un ammorbidimento dei toni sulla Nato. Theresa May ha riferito che il presidente americano «appoggia al 100% l’Alleanza atlantica», anche se chiede «giustamente», secondo la premier britannica, che «i Paesi facciano uno sforzo» per dividerne i costi economici.

Trump: stop ai migranti da Iraq, Iran, Somalia, Yemen, Sudan e Libia

In serata, Trump ha firmato due ordini esecutivi proprio su immigrazione, sicurezza e rafforzamento dell’esercito. Non sono stati ancora resi noti i dettagli. Ci si attende però il blocco dell’arrivo dei profughi dalla Siria e, probabilmente, anche da Paesi considerati a rischio terrorismo: Iraq, Iran, Somalia, Yemen, Sudan e Libia. L’altro provvedimento riguarda il potenziamento dell’arsenale militare, con più navi, aeroplani e strumenti per la difesa informatica. La linea Trump prende forma, mentre l’economia rallenta. Nel quarto trimestre del 2016 il pii statunitense è aumentato dell’1, 9%, contro le attese del 2,2% e, soprattutto, il 3,5% dei tre mesi precedenti. La crescita su base annua ora è pari all’1,6%, un passo indietro fino ai valori del 2011.

venerdì 27 gennaio 2017

Vertice Trump-May. Dopo Reagan-Thatcher e Bush-Blair, altri danni in arrivo da intese USA-Regno Unito ?

 

 
Oggi si è svolto il vertice tra Trump e la prima ministra del Regno Unito May. Le dichiarazioni della May nei giorni precedenti il viaggio in USA hanno rivelato molte aspettative sulle future politiche comuni tra i due paesi. La leader britannica ha parlato della rinascita di un asse anglo-statunitense che condizionerà la politica di tutto l’ Occidente e del mondo.

In questa occasione voglio ricordare altri due momenti nel recente passato nei quali l’ intesa tra il presidente USA e il governo britannico ha indirizzato la politica mondiale in una direzione assai dannosa per gli altri paesi .

Negli anni ’80 Reagan e Thatcher

hanno segnato insieme la svolta neo liberista che ancora non accenna a fermarsi in tutto l’ Occidente, nonostante la crisi sistemica che ha causato.
In particolare i due presidenti sono stati determinanti nell’ assedio economico all’ Urss che ha provocato il suo crollo. L’ escalation militare USA e Nato costrinse l’ Urss a enormi investimenti negli armamenti, impegni che non poteva permettersi in quella fase storica, e anche il crollo del prezzo del petrolio dal 1986 contribuì al collasso economico sovietico.

Attorno al 1985 l’ offerta di greggio era enorme, alcuni paesi Opec avevano alzato le stime ufficiali delle loro riserve per aumentare le quote della loro produzione autorizzata, inoltre era arrivato in maniera massiccia sul mercato il petrolio proveniente dai mari del Nord Europa.
L’Arabia Saudita vendeva solo il 50% del greggio che era in grado di produrre, questo affinchè i prezzi si mantenessero ad un livello buono nonostante l’ eccesso di offerta. Reagan e Thatcher chiesero ai sauditi di mettere sul mercato tutta la loro produzione potenziale per far crollare il prezzo del petrolio e mettere i sovietici ancora più in difficoltà economica. L’Arabia Saudita esaudì i desideri delle due grandi potenze, il prezzo crollò da 30 $/b a 10 $/b e questo contribuì al crollo generale dell’ Unione Sovietica.


Nel 2003 Bush e Blair

invasero insieme l’ Iraq contro il parere degli altri paesi occidentali, soprattutto europei. Negli anni precedenti, dopo la guerra del 1991, l’ Iraq era oggetto di sanzioni economiche ma Saddam Hussein aveva stipulato molti accordi con paesi europei e Cina per lo sfruttamento delle riserve petrolifere irachene nel momento in cui le sanzioni fossero cessate.

Gli Stati Uniti dovevano quindi neutralizzare questo percorso anche perché in quel momento il petrolio iracheno diventava necessario al mercato che andava incontro ad una crisi di offerta, arrivata poi al suo culmine nel 2008, con il conseguente picco del prezzo a 140 $/b a luglio che ha preceduto la grande crisi finanziaria del settembre dello stesso anno.
La collaborazione Usa Regno Unito consentì l’aggressione all’Iraq con conseguenze disastrose ancor oggi fuori controllo, soprattutto per il Medio Oriente ma anche per l’Europa e in misura minore per l’ intero pianeta.
 

Oggi, nel 2017, May e Trump,

stanno iniziando una fase politica economica nuova per i loro paesi, considerata una risposta alla globalizzazione in un momento di crisi cruciale per l’ Unione Europea.
In ogni fase storica qualcuno ci guadagna e qualcuno ci perde. Se May e Trump riuscissero a fare le politiche che vogliono effettuare, i ceti popolari dell’ Occidente, l’Europa e tutto il Sud del mondo sarebbero tra i perdenti.
 
 
Marco Palombo






giovedì 26 gennaio 2017

Appello. Tutelare il territorio, tagliare le spese militari


Appello. Tutelare il territorio, tagliare le spese militari
Gli eventi che hanno interessato una larga fascia del Paese e a cui abbiamo spesso assistito con dolorosa impotenza non sono tutti figli del caso e della fatalità. Paesi e villaggi isolati e privi di luce per giorni e giorni, strade impraticabili, territori pericolosi o inagibili, non sono soltanto l’ esito di eventi eccezionali.
Essi denunciano una realtà mille volte nota e denunciata: la fragilità del nostro territorio, che necessità di cure particolari, investimenti, risanamento di equilibri sconvolti. A questa realtà antica, che illustra la sordità inscalfibile delle nostre classi dirigenti, si aggiunge ora l’impotenza delle amministrazioni locali, privi di risorse, che portano a situazioni indegne di un paese civile. Un paese che sino a poco tempo fa si vantava di essere la quarta o la quinta potenza industriale del pianeta.
Dov’è finita tanta boria?
In questi ultimi giorni abbiamo assistito a spettacoli grotteschi. Centinaia di scuole chiuse per mancanza di riscaldamento, allarmi degli studenti e dei genitori sulla sicurezza degli edifici dove debbono formarsi le nuove generazioni. Le scuole dei nostri ragazzi sono spesso insicure, con servizi scadenti, prive di mezzi. Ebbene, tale squallida situazione, frutto di una politica europea che ci trascina verso il declino non è più tollerabile. Ma non è più tollerabile anche alla luce di quante risorse vengono impiegate dai nostri governi in spese militari.
Il nostro paese cade in ginocchio per qualche alluvione o per nevicate fuori dall’ordinario e noi sperperiamo in spese belliche e in interventi militari, nei vari teatri di guerra, oltre 29 miliardi di € l’anno (2015), circa 80 milioni di € al giorno. Mentre siamo impegnati ad acquistare gli aerei F35 al costo di 14 miliardi complessivi. Si tratta di velivoli da combattimento, strumenti di aggressione e di morte che denunciano da soli la violazione dell’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Ebbene, di fronte ai problemi elementari in cui si dibatte il nostro paese – la cui soluzione potrebbe generare centinaia di migliaia di posti di lavoro – riteniamo moralmente intollerabile lo sperpero di tante risorse a fini di guerra.
Chiediamo alle forze politiche che in Parlamento svolgono un’azione di opposizione di mettere in stato d’accusa il Governo della Repubblica, per l’aperta e continuata violazione di un principio costituzionale e per la responsabilità piena e consapevole nel privare i cittadini italiani delle risorse necessarie per la loro sicurezza.
Piero Bevilacqua, Tonino Perna (Università di Messina), Paolo Berdini, Tiziana Draghi (Università di Bari)Rossella del Prete (Università del Sannio) Piero Caprari, Roberto Budini Gattai, Ilaria Agostini( Università di Bologna), Cristina Lavinio, Paolo Favilli, Francesco Trane, Maria Pia Guermandi (Emergenza cultura), Alberto Magnaghi, Enzo Scandurra, Daniele Vannitiello, Ginevra Virginia Lombardi (Università di Firenze), Piero di Siena, Rossano Pazzaglia, (Università del Molise),Francesco Pardi, Laura Marchetti, Giuseppe Saponaro, Giancarlo Consonni, Andrea Ranieri, Annamaria Rufino (Università della Campania), Graziella Tonon, Velio Abati, Romeo Salvatore Bufalo (Università della Calabria), Amalia Collisani, Salvatore Cingari (Università di Perugia), Marcello Buiatti, Carlo Cellamare, Michele Carducci, Giovanni Attili, Luigi Vavalà, Lia Fubini, Alfonso Gambardella, Ignazio Masulli, Paola Bonora, Alessandro Bianchi, Ugo Olivieri (Università di Napoli, Federico II), Edoardo Salzano, Vezio de Lucia, Giorgio Nebbia, Stefano Sylos Labini, Franco Toscani, Lucia Strappini, Giorgio Inglese (Università di Roma.La Sapienza) Alberto Ziparo, Patrizia Ferri, Pier Luigi Cervellati, Anna Nassisi, Vittorio Boarini

mercoledì 4 gennaio 2017

Petrolio, crollano gli investimenti negli ultimi anni, problemi in vista ?


Da tre anni calano gli investimenti in ricerca e nuovi progetti di produzione petrolifera, in conseguenza di questo nei prossimi cinque anni potrebbero verificarsi grossi problemi nell' offerta di greggio.

Gli investimenti in ricerca ed avvio di nuovi progetti di produzione di petrolio sono calati nel 2016 del 22%, nel 2015 erano gia' diminuiti del 26% ed anche il 2014 aveva visto minori spese per nuovi progetti. Nel 2015 sono state scoperte nuove riserve per un totale di 12 miliardi di barili contro un consumo annuo nel 2016 di almeno 34 miliardi di barili.
Si stima che il calo di investimenti ammonti a mille miliardi di dollari e viene considerato una conseguenza del calo del prezzo degli ultimi due anni e mezzo.
La mia impressione e' che la cifra di mille miliardi di dollari di mancata spesa sia enorme rispetto al piccolo periodo, trenta mesi circa, di prezzi bassi. Il crollo allora potrebbe essere dovuto al fatto che, indipendentemente dal prezzo del greggio, gli investimenti non danno più un ritorno adeguato di utili.

 La produzione e' sempre superiore alla domanda, paesi Opec e non Opec hanno concordato un taglio di produzione ed erano  8 anni che non si interveniva per frenare l' offerta.  Secondo l'AD dell'Eni De Scalzi pero' la produzione e il consumo alla fine del 2016 hanno quasi raggiunto il pareggio anche se il livello delle scorte e' molto alto.
Questa stagnazione degli investimenti nei prossimi cinque anni potrebbe causare problemi all' offerta di greggio, i nuovi impianti che entreranno in produzione potrebbero non pareggiare il declino degli impianti gia' in funzione.
L' accordo tra paesi Opec e non Opec e' finalizzato quindi non a neutralizzare l' abbondanza di offerta attuale ma ad arginare i problemi possibili nel prossimo quinquennio, incentivando gli investimenti.

Inoltre nel 2015 i paesi non Opec hanno diminuito la loro produzione totale e paesi non Opec importanti come Messico (2,4 milioni b/g) e Azerbajian (800 mila b/g) hanno concordato di diminuire la produzione ma questo sara' dovutosolo al declino naturale della loro produzione.
Nello stesso tempo i paesi Ocse tendono a diminuire il loro consumo di petrolio, l' Italia oggi ne utilizza il 30% in meno di quanto ne consumava nel 2008 e gli USA hanno diminuito di 2 milioni b/g.

E' impossibile prevedere come la transizione energetica si sviluppera' nei prossimi anni, a testimoniare questa incertezza c'e' la scelta dell' Enel di non avviare nuovi progetti che possano entrare in produzione oltre i tre anni dalla progettazione.
Sicuramente aumentera' l' interesse per il petrolio del Medio Oriente che attualmente produce meno di un terzo del totale ma ha il 60% delle riserve accertate, come sa bene il nuovo segretario di stato USA Tillerson arrivato a gestire la politica estera statunitense direttamente dalla Exxon, una delle maggiori imprese petrolifere del mondo.

Marco Palombo