venerdì 20 ottobre 2017

Ci ha lasciato Alberto L'Abate, amico della nonviolenza. L' arte della pace







Oggi ci ha lasciato il nostro intimo Amico per la Nonviolenza
Alberto L'Abate
(Negli ultimi anni, nonostante i pesanti impedimenti di salute, ha voluto donare tutte le energie che gli rimanevano alla Nonviolenza, fino all'ultimo respiro!)
Continua il suo cammino in "Pace"
Gli siamo tutti riconoscenti e vicini nella "Compresenza".


Vogliamo ricordarlo con queste parole del suo e nostro Maestro di nonviolenza
 Aldo Capitini:
"Noi, al cospetto del morto, ci preoccupiamo di ciò che c'è di comune tra noi e lui e tutti infinitamente,

e scopriamo che ciò che più conta, la prassi per il valore, è comune, ci unisce, ci fa compresenti".


Per ricordarlo la recensione del suo libro "L' arte della pace" , dal sito di Azionenonviolenta

Pubblichiamo un intervento di Paolo Cacciari su l’incontro di presentazione del libro “L’Arte della pace” di Alberto L’Abate tenutosi a Mestre il 4 maggio scorso

L’incontro con Alberto L’Abate all’Ecoistituto di Mestre e la lettura del suo ultimo libro (Alberto L’Abate, L’arte della pace, quaderni di Centro Gandhi Edizioni, Pisa 2014), che riesce così bene a presentare una concezione della nonviolenza integrale, nel senso di completa, mi ha fatto venire in mente una metafora forse banale, ma vera.

Per coltivare “l’arte della pace” servono più elementi: dei buoni semi, vale a dire degli “operatori per la pace” con una profonda ispirazione etica, capaci di “resistere all’odio”; dei vivai e delle serre dove possano crescere, vale a dire delle associazioni, delle istituzioni “professionalizzanti” dove imparare ad apprendere le necessarie pratiche di osservazione e di intervento nei conflitti (le associazioni come i War Resisters o il Movimento Internazionale della Riconciliazione e i corsi del Servizio civile nazionale di nuova istituzione); dei terreni minimamente accoglienti dove le piantine possano sperare di attecchire e “colonizzare” l’ambiente, vale a dire dei contesti sociali, delle comunità locali disposte ad intraprendere un rivolgimento culturale tale da reimpostare le relazioni sociali liberandole dal paradigma della violenza.

Per sconfiggere la guerra bisogna conoscerla. Ci dice L’Abate. Per immaginare un futuro umano capace di liberarsi dalle pulsioni mefitiche della morte, dell’annientamento del nemico, del respingimento violento dello straniero, della sopraffazione del concorrente… serve far emergere un’idea diversa di società. Chi sono, dove si nascondono i guerrafondai, i cultori dell’odio, gli imprenditori della sicurezza armata? Il lavoro di L’Abate ci aiuta a scovarli.
Innanzitutto sono i costruttori di armi, il “complesso militare”, la “macchina bellica mondiale”, le agenzie di contractor, l’industria della sicurezza (che negli Stati Uniti è il primo settore economico per produzione di Pil) e tutti coloro che ricavano un “utile economico diretto” dal maggior numero di conflitti armati che si generano nel mondo. E questi sono facili da individuare.

Poi ci sono le cancellerie degli stati nazionali, più o meno aggregate per aree di influenza geopolitica, che lavorano incessantemente e con ogni mezzo per prevalere sui concorrenti, controllare l’accesso alle risorse naturali, garantirsi mercati di sbocco per le loro merci, stabilire ragioni di scambio economiche favorevoli ai loro commerci (finanza, moneta) e così via tentando di colonizzare ed egemonizzare anche culturalmente (vedi industria culturale e pubblicità, che ormai sono la stessa cosa) interi popoli e continenti.
Establishment politico ed elite economiche (l’1% della popolazione che sottomette l’altro 99, le 270 compagnie transnazionali che controllano i 2/3 dei commerci internazionali) formano oramai un tutt’uno. La politica è stata interamente catturata dal neoliberismo imperante. La ragione economica (la crescita dei profitti, della produttività, del valore monetario delle merci sul mercato) è totalizzante. Un modello economico e sociale che mutua quello della guerra di conquista: delle materie prime, dei beni comuni da privatizzare, della forza lavoro da schiavizzare, dei consumatori da accalappiare. Tutto ciò forma quel contesto di “violenza strutturale”, cioè diffusa, pervasiva che riesce a plasmare anche i comportamenti individuali delle persone singole rendendole aggressive.

Tutta questa macchina infernale, infatti, non reggerebbe un minuto se non fosse supportata da una ideologia diffusa (più a destra che a sinistra – dice L’Abate) che legittima quell’egoismo (l’ “egotismo”, direbbe Erich Fromm, facendo una crasi tra egoismo ed egocentrismo) che gli studi di Alberto e, soprattutto, di suo fratello Luciano (il fondatore della “teoria relazionale”), hanno dimostrato essere penetrati e consustanziali più negli uomini che nelle donne. Tutto ciò, in una situazione di prolungata crisi economica, amplifica i conflitti tra aree geografiche (vedi la “terza guerra mondiale a pezzi” definita così dal papa Bergoglio), allarga le disuguaglianze, provoca immani esodi e migrazioni, scatena “guerre tra i poveri”.
La decadenza del modello economico e sociale attuale occidentale rende urgente un’alternativa, ma aumenta anche i pericoli. Non sfugge a nessuno, infatti, che gli “umori” delle popolazioni impaurite e prive di alternative siano più influenzati dalla retorica bellica e facilmente spinti verso un abisso di odio. Salvini e Casapound, i neofascisti austriaci e i neonazisti nell’est europeo sono “eventi sentinella” (direbbe L’Abate) che ci devono preoccupare non poco............
…....
Penso allora che i primi Corpi civili di pace, le prime Brigate per la pace, i primi Osservatori e le prime Ambasciate della pace, i primi strumenti e le prime forme di interposizione non violenta che dovremmo cominciare a costruire siano dentro quest’Europa, nelle nostre comunità, dentro casa nostra.

L’Abate nel suo libro ripercorre il pensiero dei maestri della nonviolenza e le loro esperienze concrete. I conflitti non sono (quasi) mai tra equipotenti. In un modo fondato sulla asimmetria dei poteri, non c’è neutralità possibile. La nonviolenza è schierata dalla parte degli oppressi, dei deboli, degli inferiorizzati, di coloro che stanno in basso. La nonviolenza non è collaborazionismo con l’oppressore. Ma, al contrario, suo disconoscimento, disubbidienza alle sue leggi ingiuste.

Paolo Cacciari – Mestre, 4 maggio 2016




mercoledì 18 ottobre 2017

Tsipras contro il bando alle armi nucleari, il nodo è la NATO. Non permettiamo alla sinistra italiana " pro bando" di essere superficiale.

L' eurodeputata Eleonora Forenza, Prc, eletta con lista L'altra Europa per Tsipras, insieme a A.Tsipras.


Nel novembre 2016 i giovani comunisti del Prc avevano pubblicato questo commento su Tsipras accennando anche all’ atteggiamento contro il Trattato nucleare tenuto dal suo governo in sede ONU a ottobre 2016 e confermato anche negli appuntamenti successivi fino alla approvazione dell’accordo del 7 luglio 2017, boicottata da Tsipras insieme a tutti gli altri paesi NATO.
La presa di posizione dei giovani comunisti avveniva nella fase precongressuale del loro partito e non conosciamo gli sviluppi successivi del dibattito.
Però la posizione di Tsipras contraria al Trattato ONU per l’ abolizione delle armi nucleari oggi va ricordata a tutta la sinistra: alla Rete Disarmo, ad Anna Falcone e Tomaso Montanari, ai compagni del Prc, a Sinistra Italiana, al Manifesto. Il nodo è la NATO e dirsi favorevoli al trattato, come fa la sinistra in Italia, senza spiegare come risolverebbero il rapporto con la NATO non è sufficiente ad affrontare bene il problema, anche se è sufficiente forse a far bella figura. Ma dobbiamo portare la sinistra italiana ad una posizione meno superficiale.

M.P.
I giovani comunisti a novembre 2016
“E’ passato dall’Oki al Nai, dal No al Sì, ha imposto il terzo memorandum, il 21 ottobre scorso ha firmato il CETA, sei giorni dopo, all’Onu, ha votato contro il disarmo nucleare unilaterale, come Renzi e l’ennesimo rimpasto di governo è stato fatto per avere uomini di governo più “efficienti” sulle privatizzazioni in corso. Contr’ordine, compagni: su Tsipras abbiamo sbagliato. La misura è colma anche per chi, come i Giovani comunisti, avevano creduto nelle potenzialità dell’esperienza di governo di Syriza. Nell’ultimo coordinamento dell’organizzazione dei giovani vicini a Rifondazione comunista, uno degli ordini del giorno approvati prende le distanze dal partito “adulto” che ancora sostiene a spada tratta le progressive sorti dell’esecutivo di Atene a picco nei sondaggi e bersagliato dallo stillicidio di scioperi e manifestazioni di sinistre e sindacati.
Sullo sfondo ci sono i congressi, quello nazionale del Prc e quello del partito della Sinistra europea «ancor più strettamente connesso a queste vicende, che vede la discussione dell’avvicinamento o meno al Partito del Socialismo Europeo, riconosciuto come co-responsabile delle politiche neoliberiste». Quello che accade in Syriza, nella Linke e nel PCF, che punta a un’alleanza col PS di Hollande) avrà delle ripercussioni nella vita del Prc e dei Gc: «Ogni esperienza deve avere un bilancio ed un’organizzazione seria ha il coraggio di arrivare alle conclusioni con un punto di vista indipendente ed autonomo dalle dinamiche politiciste della fallimentare sinistra italiana.”


lunedì 16 ottobre 2017

Trattato ONU per il bando delle armi nucleari. L' UE non prende posizione. E' la NATO l' unico vincolo per l' Italia e Tsipras.


Nella foto il segretario della NATO Stoltenberg, il premier italiano Gentiloni e Federica Mogherini

La UE non ha preso posizione sul Trattato ONU per abolizione delle armi nucleari, l' Italia obbedisce solo alla NATO. Come Tsipras e il governo portoghese sostenuto dalla sinistra.

L' Unione Europea non ha preso posizione sul Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari. Tra i paesi membri, Cipro, Irlanda, Austria e Svezia nell' Assemblea ONU il 7 luglio hanno votato a favore del Trattato e Austria e Irlanda lo ha hanno gia' ratificato. I Paesi Bassi hanno votato contro mentre tutti gli altri paesi UE non hanno partecipato alla Conferenza ONU, in sostanza boicottando l' accordo internazionale per l' abolizione delle armi nucleari.
Ma l' Unione Europea in quanto tale non ha espresso alcun giudizio sul Trattato. Federica Mogherini, Alto Commissario UE per gli affari esteri, rappresenta infatti anche Austria, Irlanda, Cipro e Svezia e si e' limitata a commentare con un post Twitter il Nobel per la Pace all' Ican scrivendo di condividere l' impegno per il disarmo nucleare. Ma senza entrare nel merito del nuovo Trattato.

Mogherini interviene invece all'ONU all’ assemblea sul Trattato, quasi sconosciuto, per il bando dei test nucleari, accordo approvato nel 1996 e non ancora in vigore.

Qualcuno potrebbe obiettare che l' UE non fa parte dell' ONU e quindi la vicenda non la riguarda. Ma il 20 settembre 2017 Federica Mogherini era proprio nella sede dell' ONU a New York all' assemblea sul Trattato per il bando dei test nucleari dove è intervenuta a nome di tutti i paesi dell’ Unione.
Questo Trattato fu votato nel 1996 da 71 paesi e a settembre 2017 e' stato ratificato da 155 stati, ma non e' ancora in vigore perche' e' necessario per  questo la ratifica di tutti i 44 paesi che hanno tecnologia nucleare e per il momento Stati Uniti e altri 7 dei 44 paesi non lo hanno fatto.

La NATO l' unico vincolo che impedisce la ratifica per Italia, Grecia, Portogallo

L' Italia, come gli altri paesi UE contrari all' accordo sul bando alle armi nucleari del 7 luglio 2017, ha preso la posizione di boicottaggio del nuovo Trattato ONU solo per la sua appartenenza alla NATO. Un vincolo ferreo che impedisce atteggiamenti diversi da quello dell'Alleanza e quindi degli USA.

Anche il governo Tsipras e il governo portoghese sostenuto da Pcp e Blocco di sinistra contro il nuovo Trattato.

Anche il governo greco presieduto da Tsipras sta boicottando il Trattato per l' abolizione del nucleare. L' appartenenza della Grecia alla NATO impone questo atteggiamento al leader di Syriza e l' appartenenza della formazione politica nel Parlamento Europeo al gruppo  della Sinistra europea non influenza la politica militare del suo paese, membro della NATO e con enormi spese militari.
Contro il Trattato anche il governo portoghese sostenuto dal Partito Comunista Portoghese e dal Blocco della Sinistra, mentre la Merkel sicuramente non modificherà il suo atteggiamento ostile all' accordo del 7 luglio nonostante il probabile appoggio del partito dei verdi al suo prossimo governo.

Non ho al momento trovato prese di posizione di Corbyn sul Trattato. In occasione del premio Nobel all’ Ican il leader laburista ha ricordato la sua passata collaborazione con la Campagna, ma sull' accordo del 7 luglio non ha detto una parola. In futuro un eventuale governo del Regno Unito da lui presieduto avrà necessariamente sul Trattato una posizione precisa, ma oggi Corbyn si guarda bene dal pronunciarsi.

Nell'ottobre 2016 l' Assemblea del Parlamento Europeo aveva votato una mozione auspicando una conferenza ONU sul disarmo nucleare e la partecipazione costruttiva dell' UE.

La mozione era sostenuta anche dal gruppo socialista che ha giustificato il successivo cambio di atteggiamento da parte di tutti i partiti socialisti con il fatto che il percorso del Trattato non e' stato poi concordato con i paesi nucleari.
Dopo quell' appuntamento di ottobre 2016, a livello comunitario non c'e' piu' stato nessun pronunciamento sull' importante accordo internazionale votato dall' Assemblea ONU il 7 luglio 2017 e non si ha notizia neanche di dibattiti ufficiali sulla questione.

Sarebbe utilissimo quindi un dibattito generale sul Trattato in Europa e nel Parlamento Europeo
Un occasione per aprirlo potrebbe essere il prossimo 10 dicembre, quando ad Oslo sarà consegnato il premio Nobel per la Pace all’ Ican, un riconoscimento motivato ufficialmente anche per   per i suoi sforzi innovativi per arrivare a un trattato di proibizioni di queste armi”

Marco Palombo




mercoledì 11 ottobre 2017

Commissario diritti umani dell'UE chiede a Minniti dettagli su missione in acque libiche e regolamento ONG


Il Consiglio d’Europa ha scritto all’Italia chiedendo chiarimenti sul suo accordo con la Libia. In una lettera del commissario dei Diritti umani Nils Muiznieks al ministro degli Interni Marco Minniti si legge: “Le sarei grato se potesse chiarire che tipo di sostegno operativo il suo governo prevede di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali, e quali salvaguardie l’Italia ha messo in atto per garantire che le persone” salvate o intercettate non rischino “trattamenti e pene inumane, e la tortura”.

Nel documento si chiedono anche informazioni sul nuovo Codice di condotta per le ong coinvolte in operazioni di salvataggio in mare, una richiesta già rivolta alle autorità italiane in una lettera adottata ieri dalla commissione migrazioni dell’assemblea parlamentare del consiglio d’Europa e indirizzata al capo della delegazione italiana, Michele Nicoletti (Pd). Rispetto agli accordi con la Libia il commissario evidenzia che “il fatto di condurre operazioni in acque territoriali libiche non assolve il Paese dagli obblighi derivanti dalla convenzione europea dei diritti umani”.

Muiznieks ricorda che la Corte di Strasburgo ha stabilito, in varie sentenze, che gli Stati membri del Consiglio d’Europa rispondono delle loro azioni come se agissero nel proprio Paese quando hanno un controllo effettivo o esercitano l’autorità su un individuo sul territorio di un altro Stato. Secondo il commissario “questo sarebbe, a suo avviso, vero per le navi italiane che intercettano e salvano migranti nelle acque libiche”.

giovedì 5 ottobre 2017

Aderisco a digiuno per Ius soli ma anche contro le politiche italiane di guerra in Yemen, Siria, Libia


Aderisco al digiuno a staffetta per l' approvazione della legge “ Ius soli ” ma aggiungo a questa motivazione la richiesta che l'Italia cambi radicalmente le sue politiche di guerra in Libia, Siria e Yemen.
L' intervento bellico italiano nei tre paesi varia nelle forme ma contribuisce sempre a guerre sanguinose e devastanti.

Chiedo in particolare:

1) La fine della vendita di armi all'Arabia Saudita e ai paesi suoi alleati. Le armi italiane in Yemen uccidono bambini e civili in un paese devastato anche da fame e colera.
2) La fine delle sanzioni economiche alla Siria che colpiscono ulteriormente un paese distrutto da una guerra lunghissima da noi fomentata.
3) La fine di ogni collaborazione con tutti i signori della guerra libici e la ripresa della cooperazione con le ONG impegnate per i migranti.
Mi impegno per un giorno di digiuno a settimana, eccetto acqua e caffè.
Il primo giorno sarò sabato 7 ottobre.

Marco Palombo
Roma

Siria pareggia a 5' dalla fine. Martedì partita decisiva per qualificarsi ai mondiali di calcio in Russia



La Siria non si arrende e continua a sognare il Mondiale. È finita 1-1 l'andata dello spareggio con l'Australia per la qualificazione ai Mondiali 2018. I mediorientali giocavano in casa, per modo di dire, allo stadio di Malacca, Malesia a circa 7.000 km da Damasco.
LA PARTITA — L'Australia era andata in vantaggio al 40' del pt con l'attaccante del Bochum Kruse. Il pareggio dei siriani a 5' dalla fine con un rigore realizzato dall'attaccante dell'Al-Ahli Al Somah, già eroe dell'ultima partita del girone di qualificazione, dove segnò il 2-2 in casa dell'Iran capolista al 90' che permise alla sua nazionale di accedere al playoff. Si tratta del capocannoniere delle ultime tre edizioni del campionato saudita, ritornato in nazionale appena una settimana prima della partita di Teheran dopo l'assenza dovuta alle sue posizioni anti-Assad.


martedì 3 ottobre 2017

Xenofobia e/o Razzismo - Alemanno,Storace"Corteo contro invasione degli immigrati" e unità del centrodestra, PPE compreso.


Sabato 14 ottobre a Roma partirà dalla tradizionale Piazza della Repubblica un corteo "contro l' invasione degli immigrati e per il lavoro italiano" su invito degli ex ministri nei governi Berlusconi, Storace ed Alemanno. Lanciando la manifestazione xenofoba, per me insopportabilmente razzista, i due augurano anche un ritorno alla vittoria del centrodestra unito, a partire dalle elezioni siciliane. Un centrodestra che comprende anche Forza Italia, parte del Partito Popolare Europeo insieme a Angela Merkel. Dalle parole della convocazione si capisce  che il corteo è contrario anche al lavoro degli stranieri di paesi della UE, all' interno del centrodestra diranno che non ci sono contraddizioni, ma io qualche spiegazione pubblica a Forza Italia la chiederei.

In Italia ormai si puo' essere per tutto e il contrario di tutto nello stesso momento. L' importante è che il messaggio arrivi solo nelle nicchie omogenee al loro interno, anche se talvolta ci si rivolge a più nicchie omogenee al loro interno ma diverse tra loro.
Lancio subito questo post sperando in una reazione forte nella direzione della solidarietà multietnica, ma non ci scommetterei. Per la cronaca la manifestazione è annunciata dal sito di Alemanno dal 24 agosto.
Non si hanno ancora notizie sull' eventuale presenza di Domenico "Marco" Minniti, ministro degli interni, ed anche un po' degli esteri, del governo Gentiloni.

M.P.

Alemanno a Grosseto presenta la manifestazione del 14 ottobre.

GROSSETO – È arrivato da Roma Gianni Alemanno, segretario del Movimento Nazionale per la Sovranità, ad inaugurare il nuovo circolo di “Identità nazionale” di Grosseto. Insieme a lui la coordinatrice regionale di Mns, Marcella Amadio, la coordinatrice provinciale Lucia Morucci, il consigliere comunale Pasquale Virciglio e Florindo Rosa, il presidente del nuovo circolo.
«Faremo incontri e attività culturali – ha spiegato Virciglio – per fare comprendere meglio ai cittadini i problemi che coi troviamo davanti e per proporre la nostra visione e le nostre soluzioni». E tra i temi cari a Mns ci sono quello del lavoro e del contrasto all’immigrazione. A ribadirlo proprio Alemanno.

 «L’inaugurazione di un nuovo circolo – ha detto Alemanno – è sempre un momento importante e centrale nella vita politica di un partito, perché noi non siam un movimento virtuale, ma vogliamo essere radicati nel territorio. Facciamo questo attraverso il lavoro dei circoli che sono la base per fare politica a partire dalla base. Noi siamo oggi a Grosseto anche per parlare di lavoro e di immigrazione. Vogliamo più lavoro, ma lo vogliamo per gli italiani perché la presenza di stranieri rappresenta una concorrenza sleale perché si fa una corsa al ribasso su salari e stipendi».

Durante l’incontro con i giornalisti Alemanno ha anche lanciato l’appello per la manifestazione che si terrà a Roma il 14 ottobre. «Scenderemo in piazza nel corteo per il lavoro italiano e contro l’invasione straniera». Sul futuro politico del Movimento nazionale Alemanno ha poi detto: «Questa è la casa della destra, questa à la nostra missione, per questo apriamo la porta a tutti coloro che si riconoscono nei valori della destra. Un invito senza nessun spirito di conflitto perché il nostro obiettivo non è dividere ma lavorare per un centrodestra unito che se ritrova l’unione torna a vincere ad iniziare dalle regionali in Sicilia».

Non è un derby Barcellona-Madrid, nella capitale la sindaca Carmena è stata eletta da Podemos.



La sindaca di Madrid Manuela Carmena, ex magistrata, iscritta anni fa al Partito Comunista

Nel 2015 nelle elezioni comunali a Madrid il PP fu il primo partito ma non raggiunse una maggioranza in consiglio comunale. Governa quindi la capitale spagnola una alleanza di sinistra, sostenuta da Podemos e con l' appoggio esterno del Partito Socialista.
Anche il governo centrale spagnolo opera grazie all' appoggio esterno socialista.
Lo slogan Barcellona contro Madrid non sintetizza bene la questione catalana e depista anche da una più giusta lettura della crisi. 

Vedremo cosa succederà, la confusione è generale, anche nelle letture che diamo in Italia.
Ma di sicuro la sindaca di Madrid oggi è sostenuta da Podemos, schierato contro il premier Rajoy sulla gestione della crisi catalana.

M.P.

Podemos governerà Madrid puntando su servizi sociali e periferie
Alessandro Gianetti

La giunta di Podemos guidata da Manuela Carmena ha approvato il bilancio per il 2017, che dovrà essere votato il prossimo mese in Consiglio Comunale e ricevere l’appoggio del Partito Socialista di Madrid. Dopo un primo anno di studio, le elezioni furono vinte nel 2015, la ex giudice e attivista per i Diritti Umani sembra aver decisamente indirizzato il tiro in difesa delle periferie e della qualità dei servizi pubblici.
Il bilancio contiene un incremento del 5% in spesa pubblica rispetto al 2016 (4.702 milioni di euro), con un minor contenimento del debito pubblico accumulato. Secondo le stime, il Comune di Madrid dovrebbe chiudere il 2017 con un debito di 3.447 milioni di euro, circa il 38,9% meno dei 5.637 milioni che doveva alla fine del 2015. Il ritmo del ridimensionamento del debito rallenta dunque di 1.793 milioni, attestandosi su una quota complessiva di 3.844 milioni.
Tutte le voci di spesa aumentano, anche se in misura variabile: 2,4% in più per spese di personale dovute a un aumento dei contratti; 10,2% in più in beni e servizi; 14,6% in più in sovvenzioni a carattere sociale; 13,1% in più in investimenti e addirittura 141% in più di trasferimenti nelle aree periferiche.
Secondo la versione fornita dall’assessore all’Economia, Carlos Sánchez Mato, il bilancio contiene “una maggiore attenzione ai servizi sociali, un sistema fiscale più equo e un forte investimento sui territori per compensare gli squilibri economici” tra centro e periferia (un dato influenzato anche dall’inserimento della cosiddetta “prospettiva di genere”, in pratica aiuti al femminile per servizi sociali e ricerca d’impiego).
Mobilità
L’area che gestirà una maggior quantità di denaro pubblico sarà quella di Ambiente e Mobilità, presieduta da Inés Sabanés, con 913 milioni di euro, seguita da quella di Sviluppo Urbanistico Sostenibile di José Manuel Calvo, con 728 milioni di euro………..

E cosa pensa Podemos della questione catalana ?
Da rifondazione.it


Pablo Iglesias: cosa sta succedendo in Catalogna e in Spagna
Pubblicato il 2 ott 2017
12 idee in 12 tweet su quello che sta succedendo in Catalogna e in Spagna.
1) La strategia repressiva del PP e dei suoi alleati ha fallito e ha deteriorato a livelli senza precedenti la democrazia e la convivenza.
2) Quelli che credono che la democrazia si difenda a botte o dalle fogne non capiscono la democrazia né sono democratici.
3) Oggi il mondo intero ha visto le forze dell’ordine agire contro cittadini che volevano solo mettere una scheda elettorale in un’urna.
4) Vogliamo vedere le nostre forze dell’ordine perseguire i corrotti e proteggere i diritti civili della cittadinanza.
5) Obbligandole ad agire contro la popolazione civile, il governo le tradisce, distorce la loro funzione e danneggia la loro immagine.
6) Un governo che naviga nella corruzione e che si rifugia nella repressione e nella forzatura della legge non è un governo degno della Spagna.
7) Il governo deve fermare immediatamente la repressione e permettere che i cittadini della Catalogna si esprimano in libertà.
8) Il PSOE non avrebbe dovuto avallare la strategia del PP sulla Catalogna. Anche se ormai è tardi, devono rettificare e smettere di appoggiare il governo del PP.
9) Per aprire un nuovo scenario di dialogo, accordo e convivenza, è necessario mandare il PP e Ciudadanos all’opposizione.
10) Nella dichiarazione di Saragozza con altri partiti abbiamo proposto un referendum concordato come soluzione più sensata. Oggi la sua necessità è ancora più ovvia.
11) Non vogliamo che la Catalogna se ne vada dalla Spagna spinta dal PP, ma siamo democratici ed è il popolo catalano che deve decidere.
12) Catalane e catalani, non vi attacca la Spagna. Vi attacca un governo di corrotti e antipatriottici. Catalogna vogliamo un paese insieme a te.”


domenica 1 ottobre 2017

2 ottobre, giornata mondiale della nonviolenza. I mezzi sono i fini, anche in Catalogna.



Il 2 ottobre 1869 nasceva a Porbandar Mohandas Gandhi, e nel 2007 l'ONU ha indicato il  2 ottobre di ogni anno come la giornata mondiale della nonviolenza.
Il pensiero e l' azione di Gandhi sono sempre attuali anche se il Mahtma nacque 148 anni fa.

Curiosa la coincidenza di questo 2 ottobre 2017.
Nella giornata mondiale della nonviolenza l' Europa parla della questione catalana.

Senza entrare nel merito dell' indipendenza della Catalogna, a Barcellona si e' svolta una disobbedienza civile "gandhiana" con una dimensione di centinaia di migliaia di persone.

E Gandhi mori' per mano di un integralista Hindu perche'  voleva la coesistenza tra musulmani e Hindu in un' India unita, ed era strenuamente impegnato contro le violenze tra le due comunita' che portarono alla separazione del Pakistan dal resto dell' India.

La democrazia spagnola ci riguarda anche se l' indipendenza catalana non ci interessa o non ci piace.

I conflitti non si risolvono con la forza e la violenza, ma con il dialogo e il confronto anche aspro.
L' atteggiamento dello stato spagnolo e' stato autoritario, inadeguato e deve essere stigmatizzato.

La nonviolenza e' un tema attualissimo e complesso, andrebbe studiata in modo serio.
Ma la coincidenza di questo 2 ottobre 2017, giornata mondiale della nonviolenza, con la vicenda catalana va segnalata a tutti, subito e in modo semplice.

M.P.

sabato 30 settembre 2017

Alla Camera l'opposizione di sinistra ha solo Fassina in Commissione Difesa. Partecipi ai lavori o si dimetta.


Stefano Fassina si dimetta dalla Commissione Difesa della Camera o partecipi a tutti i lavori della Commissione.

Stefano Fassina è l' unico esponente di Sinistra Italiana nella Commissione Difesa della Camera composta da 43 deputati.
SeL aveva due esponenti nella commissione: gli onorevoli Claudio Fava e Donatella Duranti passati alla nuova formazione Articolo Uno Mdp che sostiene il governo Gentiloni.
Stefano Fassina oltre che deputato è anche consigliere comunale a Roma dove è stato candidato sindaco e parte del suo impegno è dedicato al Consiglio comunale di Roma.

Personalmente stimo Stefano Fassina anche se non condivido le sue posizioni politiche. Recentemente sono passato ad ascoltare parte di un convegno sull'Europa da lui organizzato in Campidoglio.
Ma, anche se mancano pochi mesi alla fine della legislatura, è bene che sia sempre presente ai lavori della Commissione Difesa almeno un esponente di sinistra all' opposizione del governo Gentiloni.

Il 26 settembre la commissione ha votato un invito al governo ad affrontare il tema delle spese militari "all' 1 %del PIL, ma i paesi NATO si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2024".

Chiedo quindi all' on. Stefano Fassina di dare le dimissioni dalla Commissione e permettere ad un altro esponente di Sinistra Italiana di essere presente alla Commissione Difesa della Camera.
Sarebbe un segnale che Sinistra Italiana ritiene il tema delle spese militari un tema centrale della politica.

Marco Palombo

venerdì 29 settembre 2017

Sinistra Italiana e M5S a favore dell' aumento delle spese militari al 2% del PIL ?



"è necessario affrontare il tema delle spese militari, che nel 2016 ammontano all'1 per cento del PIL, ma che, per rispettare gli impegni formali sottoscritti in sede NATO, dovrebbero attestarsi al 2 per cento del PIL entro il 2024"

La frase precedente è presente in una relazione approvata della Commissione Difesa della Camera della passata settimana.
Nel resoconto della seduta presente sul sito della Camera non sono riportati i voti, sono riportati però gli interventi, e alcune perplessità sono state espresse solo da Artini, ora gruppo misto, e da un esponente di Articolo 1, Mdp.

M5S e Sinistra Italiana non hanno obiettato niente, forse assenti o disinteressati.
.
E' di fatto un silenzio assenso.

M.P.



martedì 26 settembre 2017

Nuovo incontro a Roma Minniti-Haftar e le parole esatte sulle migrazioni pronunciate dal Cardinal Bassetti, presidente della CEI

I fiori lanciati in mare da papa Francesco in occasione della sua visita a Lampedusa

Incontro di Haftar con Minniti, da La Stampa

Si gioca tra Roma e Tunisi una delle giornate più importanti per il processo di pacificazione della Libia. Da una parte con la visita di Khalifa Haftar in Italia, dall’altra con l’inizio della fase di dialogo tra i comitati preposti alla modifica degli accordi di Skhirat. Il generale, comandante del sedicente Esercito nazionale libico, è arrivato a Roma stasera, e domani incontra il ministro Marco Minniti, il titolare del dicastero dal quale è giunto l’invito in Italia all’uomo forte della Cirenaica. L’incontro col capo del Viminale non era nei programmi ufficiali, ma fonti informate riferiscono che i due si vedranno nell’ambito degli appuntamenti fissati in calendario. Tra questi c’è un momento di incontro col capo di Stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, a premessa di quello col ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Non è chiaro tuttavia sua quale formato avverrà il primo incontro, tra le ipotesi al vaglio ci sono il bilaterale “faccia a faccia”, la stretta di mano con gli onori militari o il briefing con lo staff. Su quali saranno gli argomenti all’ordine del giorno c’è il massimo riserbo, sebbene saranno affrontate tematiche sui futuri assetti della Libia. 


Il testo integrale del capitolo del discorso del cardinale Bassetti, presidente della Cei, dedicato alle migrazioni. Da Avvenire.

Le migrazioni

Accogliere, proteggere, promuovere e integrare: sono questi i 4 verbi che Papa Francesco ha donato alla Chiesa per affrontare la grande sfida delle migrazioni internazionali. Una sfida complessa, in parte inesplorata ma dal significato antico.

Bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe sorgere da un dibattito pubblico particolarmente aspro su questi temi: la Chiesa cattolica si è sempre occupata dell’ospitalità del forestiero e del migrante. E lo ha fatto non certo per un’idea politica o sociale, ma per amore di ogni persona. È il cuore della nostra fede: di un Dio che si è fatto uomo. L’ospitalità è, da tradizione, un’opera di misericordia e, come ci insegna Abramo, una delle più alte forme di carità e di testimonianza della fede. Attraverso l’ospite noi scegliamo di accogliere o respingere Cristo nella nostra vita (Mt 25, 35.43). Il richiamo alla difesa della dignità inviolabile del migrante, inoltre, è un insegnamento presente in molti documenti della Santa Sede e che si è fatto carne nell’opera di alcuni grandi apostoli del passato, tra i quali molti italiani: Francesca Cabrini, Geremia Bonomelli, Giovanni Battista Scalabrini.

Oggi questa sfida antica si ripropone con tratti nuovi. E lo sguardo profetico di Papa Francesco ha il merito storico di aver tolto i migranti da quella cappa di omertà in cui erano stati confinati dalla «globalizzazione dell’indifferenza» e di averli messi al centro della nostra attività pastorale. Promuovere una pastorale per i migranti significa, prima di tutto, difendere la cultura della vita in almeno tre modi: denunciando la «tratta» degli esseri umani e ogni tipo di traffico sulla pelle dei migranti; salvando le vite umane nel deserto, nei campi e nel mare; deplorando i luoghi indecenti dove troppo spesso vengono ammassate queste persone. I corridoi umanitari – nei quali la Chiesa italiana è impegnata in prima persona – sono, quindi, necessari per dare vita ad una carità concreta che rimane nella legalità.

Il primato dell’apertura del cuore al migrante ci fa guardare oltre le frontiere italiane. Ci invita a intensificare la cooperazione e l’aiuto allo sviluppo al Sud del mondo, per far risorgere tra i giovani la speranza di un futuro degno nella propria patria. È una linea su cui si muove da tempo la CEI, sostenendo numerosi progetti di sviluppo e, recentemente, con la campagna Liberi di partire, liberi di restare. Si tratta di un progetto innovativo perché affronta il tema del diritto delle persone a restare nel proprio Paese senza essere costrette a scappare a causa della guerra o della fame. Accogliere è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, di ritorno dalla Colombia, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche «prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria». Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano.

Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una «cultura della paura» e il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento 7 cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo.

 Infine, alla luce del Vangelo e dell’esperienza di umanità della Chiesa, penso che la costruzione di questo processo di integrazione possa passare anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé.

lunedì 25 settembre 2017

L'assurda mozione Pd sullo Yemen, firmata anche da Marazziti, storico esponente di sant'Egidio, presentatore anche della mozione Marcon.





La mozione governativa sullo Yemen, 
nelle premesse:

non si ferma la vendita di armi ai paesi in guerra,
si cita la risoluzione del parlamento Europeo che chiede l' embargo all' Arabia saudita,
si citano le accuse alle parti in conflitto di violazione diritti umani,

si chiede al governo

di adeguarsi ad eventuali embarghi alla vendita di armi che provenissero dall' ONU o dalla UE

La mozione è firmata anche da Mario Marazziti, storico esponente della Comunità di Sant'Egidio, come il viceministro agli esteri Giro. Marazziti  aveva firmato a luglio la mozione Marcon .

M.P.

Atto Camera

Mozione 1-01695presentato daQUARTAPELLE PROCOPIO Liatesto diMartedì 19 settembre 2017, seduta n. 853
   La Camera,
   premesso che:
    il territorio dello Yemen, è stato culla di civiltà millenarie e anche per questo custodisce un patrimonio immenso in termini di arte, cultura, storia. Oggi purtroppo, dopo anni di instabilità politica, lo Yemen è diventato uno dei Paesi più poveri del mondo. Stante questa situazione è necessaria e urgente una presa di responsabilità da parte dei paesi e soprattutto delle organizzazioni internazionali;
    lo scontro in atto, una guerra civile che si protrae da più di due anni ma che vede la partecipazione anche di diverse potenze regionali, ha generato un alto numero di vittime (al 30 agosto 2016, secondo fonti ONU, oltre 10.000 persone sono state uccise), delle quali circa un terzo sarebbero civili e 1.540 bambini, con accuse alle parti in conflitto di condotte che configurerebbero crimini di guerra;
    il conflitto è peraltro all'origine di un gravissimo deterioramento delle condizioni umanitarie nello Yemen, classificato come la peggiore crisi del mondo dall'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) che indica in 18,8 milioni le persone bisognose di assistenza umanitaria o di protezione, di queste 10,3 milioni necessitano di assistenza immediata a causa della grave carestia e dell'epidemia di colera che ha già fatto più di 1.500 vittime e che potrebbe diffondersi rapidamente mettendo a rischio la vita di oltre 300 mila persone;
    il conflitto in corso colpisce in particolare donne e bambini; secondo i dati dell'Unicef la crisi yemenita conta più di 1,6 milioni di bambini sfollati che soffrono di malnutrizione acuta, mentre sarebbero addirittura 14,5 milioni i minori in condizioni igienico-sanitarie gravemente precarie tra cui 4,5 milioni privati di accesso all'istruzione e che rischiano di essere reclutati per i combattimenti; più di 2,6 milioni di donne e di bambine sono a rischio di violenze, aumentate peraltro del 65 per cento dall'inizio del conflitto;
    già prima della guerra civile lo Yemen risultava totalmente dipendente dagli aiuti esterni e il 90 per cento dei prodotti alimentari di base del Paese sono importati; il blocco aereo e navale imposto dalle forze della coalizione a guida saudita dal marzo 2015 ha rappresentato una delle principali cause della catastrofe umanitaria, mentre la violenza e la diffusa carenza di carburante hanno reso meno utilizzabili le reti interne di distribuzione dei generi alimentari;
    l'Ocha ha lanciato un appello per fronteggiare la crisi umanitaria nello Yemen per l'anno 2017 stimando una spesa di 2,1 miliardi di dollari, di cui i donatori hanno fino ad ora finanziato soltanto un terzo (688 milioni di dollari);
    l'Italia si è attivata sin dall'inizio della crisi per soccorrere la popolazione civile; in occasione della Conferenza dei donatori di Ginevra del 25 aprile 2017 il Governo italiano ha annunciato un contributo pari a 10 milioni di euro di aiuti umanitari nel biennio 2017-2018; finora sono stati finanziati – per il tramite della cooperazione italiana – progetti di emergenza per un valore di 4 milioni di euro per realizzare interventi nei settori della sicurezza alimentare (PAM), dell'assistenza sanitaria (Croce Rossa Internazionale), della prevenzione della violenza di genere (UNFPA) e dell'istruzione a favore degli sfollati interni (OIM);
    lo Yemen è da un lato vittima e dall'altro causa di un possibile inasprimento delle tensioni regionali con gravi rischi per la stabilità e per la sicurezza internazionale anche per la crescente presenza e il consolidamento delle organizzazioni terroristiche che nel Paese hanno già intensificato il numero e la portata degli attacchi, uccidendo centinaia di persone;
    non si fermano le vendite internazionali di materiali di armamento ai Paesi coinvolti nella guerra civile in Yemen;
    l'amministrazione Usa, nella fase finale della presidenza Obama aveva «espresso alcune preoccupazioni molto significative circa l'alto tasso di vittime civili» nel conflitto yemenita e nel dicembre 2016 aveva deciso di sospendere temporaneamente alcune forniture di munizioni di precisione all'Arabia Saudita, con particolare riguardo alla vendita da parte di Raytheon di circa 16.000 kit di munizioni guidate per un valore di 350 milioni di dollari, avendo valutato che l'aviazione saudita si è più volte mostrata non in grado di individuare correttamente i suoi obiettivi;
    la legge 9 luglio 1990, n. 185, recante «Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento», è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 14 luglio 1990, n. 163 ed è stata poi modificata dal decreto legislativo 22 giugno 2012, n. 105, e seguita dal regolamento di attuazione – decreto ministeriale 7 gennaio 2013, n. 19;
    la legge n. 185 del 1990 prevede un sistema di controllo e di autorizzazione scrupoloso ed articolato in materia di armamenti convenzionali;
    la risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen (2016/2515(RSP)), in particolare contiene l'invito «al VP/AR Federica Mogherini ad avviare un'iniziativa finalizzata all'imposizione da parte dell'UE di un embargo sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all'Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell'8 dicembre 2008»;
    un'ulteriore risoluzione del Parlamento europeo del 15 giugno 2017 (2017/2727(RSP)) rinnova gli impegni e le responsabilità dell'Unione per fronteggiare la crisi umanitaria in Yemen e per promuovere un processo di pace negoziato nella consapevolezza che la soluzione della crisi non potrà che avvenire per via negoziata e non per via militare;
    già il Consiglio dei ministri degli esteri dell'Unione europea del 3 aprile 2017 aveva ribadito nelle conclusioni che «non c'è soluzione militare al conflitto in corso in Yemen» e che «la gestione della crisi passa necessariamente attraverso un processo negoziato che coinvolga tutte le parti interessate, cui le donne devono dare un contributo fondamentale e che conduca ad una soluzione politica inclusiva» per ricostruire un clima di fiducia attraverso un «cessate il fuoco» duraturo, un meccanismo monitorato di ritiro delle forze in conflitto, la predisposizione di canali umanitari e commerciali, nonché la liberazione dei prigionieri politici;
    il 13 settembre 2017 il Parlamento europeo ha adottato la relazione approvata dalla Commissione affari esteri già nel mese di luglio 2017 sull’export di armi e sull'implementazione della posizione comune 2008/944/CFSP dove si denuncia la mancanza di un approccio comune in situazioni quali Siria, Iraq e Yemen e si incoraggiano gli stati membri e il Servizio Europeo di Azione Esterna (SEAE) ad «avviare una discussione sull'estensione del criterio 2 per includere gli indicatori di governance democratica, in quanto tali criteri di valutazione potrebbero contribuire a creare ulteriori garanzie contro le conseguenze negative involontarie delle esportazioni»;
    anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che nelle sue risoluzioni 2201/2015 e 2216/2015 ha deplorato le azioni unilaterali degli Houthi, ha attivato meccanismi di monitoraggio della crisi e promosso una serie di iniziative diplomatiche volte a favorire il raggiungimento di una composizione negoziata e inclusiva della controversia;
    dal 10 gennaio 2017 l'Italia è membro non permanente del consiglio di sicurezza dell'Onu, organo che ha la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; inoltre, nel 2018 l'Italia assumerà la presidenza dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE),
impegna il Governo:
1) a continuare nel monitoraggio della crisi umanitaria in corso in Yemen sensibilizzando gli altri donatori sulla gravità della situazione e sostenendo gli sforzi in corso da parte delle Nazioni Unite, affinché vengano mobilitate le necessarie risorse per finanziare l'azione di soccorso internazionale;
2) a proseguire e a rafforzare le attività di assistenza umanitaria alla popolazione in linea con l'impegno finanziario assunto in occasione della Conferenza dei donatori tenutasi, su iniziativa delle Nazioni Unite, il 25 aprile 2017 a Ginevra;
3) a continuare ad attivarsi presso il Consiglio di sicurezza dell'Onu e negli altri fori internazionali dove è presente il nostro Paese, per promuovere iniziative internazionali volte a fare rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani e a favorire le condizioni per una soluzione negoziata del conflitto, per la stabilizzazione del Paese e per la costruzione di una pace duratura e inclusiva di tutte le risorse disponibili, compreso il contributo che le donne possono dare come previsto dalla risoluzione ONU 1325 (2000);
4) a favorire, nell'ambito delle regolari consultazioni dell'Unione europea a Bruxelles, una linea di azione condivisa in materia di esportazioni di materiali di armamento dando sostegno concreto alle iniziative internazionali per la cessazione delle ostilità e adeguandosi immediatamente alle prescrizioni o ai divieti che fossero adottati nell'ambito delle Nazioni Unite o dell'Unione europea.
(1-01695) «Quartapelle Procopio, Alli, Marazziti, Locatelli, Garavini, Tacconi, Carrozza, Tidei, Zampa, Nicoletti, Porta, Andrea Romano, Patriarca, Cova».

sabato 23 settembre 2017

A che serve parlare di pace se vendiamo le armi a paesi in guerra ? 1 ottobre a Loppiano incontro con il Comitato riconversione RWM


La riconversione possibile. Un lavoro per la vita.
A che serve parlare di pace se vendiamo armi ai Paesi in guerra? Le bombe del Sulcis e il nostro futuro
Domenica primo ottobre 2017
Auditorium Loppiano 10.00-12.30

Incontro con il Comitato riconversione Rwm Sardegna
interventi finora programmati di 
Pax Christi Italia, Oxfam, Banca etica, Focolari Italia, Centro internazionale Giorgio La Pira, Rete disarmo

Perché questo incontro

IL FATTO

Nel territorio del Sulcis Iglesiente in Sardegna una fabbrica produce bombe che vengono esportate verso l’Arabia Saudita, Paese a capo di una coalizione militare impegnata nella guerra in corso in Yemen. Da uno dei territori più poveri d’Italia si è costruito così un collegamento con un conflitto dimenticato nella zona del Golfo persico dove gli ordigni fanno stragi di civili grazie ai bombardamenti che colpiscono anche scuole e ospedali come denunciato da commissioni di inchiesta nominate dall’Onu. Il caso è noto perché è arrivato anche sulla stampa e in Tv. Ma abbondanza di informazioni e foto traumatiche sono accessibili sul web. Le inchieste scandalistiche delle Iene, nota trasmissione dei canali commerciali di Mediaset, sono molto esplicite, usano un linguaggio accessibile a tutti quando mostrano le immagini delle stragi e il sindaco di Domusnovas, paese dove si situa gran parte dell’azienda Rwm Italia, che ripete il mantra sulla necessità di salvare una delle poche fabbriche rimaste su un territorio desertificato dalla crisi economica. Altre sequenze mostrano passanti che scappano senza rilasciare interviste oppure che ripetono il concetto secondo il quale lo spostamento della produzione non risolverebbe il problema della guerra ma solo la perdita di occupazione.

LA STORIA RECENTE 

Quel sito di fabbricazione di esplosivi era originariamente legato alla filiera delle miniere del Sulcis. Fondi pubblici hanno sostenuto nel 2001 una riconversione verso la fabbricazione di ordigni militari. Erano ancora i tempi di una vasta mobilitazione popolare con esponenti della società civile, istituzioni e chiese che non avevano remore a prendere posizione contro un progetto considerato infausto. La fine di questo movimento spontaneo resta un mistero. Probabilmente si è rivelata decisiva la versione dell’allora società Sei (prevalente proprietà francese) che assicurava il mantenimento degli scambi commerciali all’interno delle nazioni alleate nell’ottica della difesa comune.

UNA LEGGE GIUSTA VIOLATA IMPUNEMENTE 

La proprietà del sito produttivo passa di mano nel 2010 con l’acquisizione da parte della tedesca Rheinmetall Defence che, come documentato abbondantemente e minuziosamente da Giorgio Beretta su diverse fonti a cominciare da Unimondo.org, invia gli ordini bellici all’Arabia Saudita, uno degli acquirenti più appetibili del fronte occidentale e noto alleato strategico degli Stati Uniti. I tedeschi mantengono un certo formale rigore morale. Dalla Germania non partono armi verso il Paese del Golfo. Avviene tutto dall’Italia dove vige tuttavia la legge 185/90 che vieta il commercio e il transito di armi verso nazioni coinvolte in conflitti armati e/o violano i diritti umani. Una legge che non è caduta dal cielo ma è stata il frutto di una grande lotta civile nel solco della Costituzione che ripudia la guerra. Lavoratori che hanno esposto i loro corpi per far passare un concetto che gran parte della classe dirigente di questo Paese ha invece ignorato. Elio Pagani e Marco Tamborrini (comitato Aermacchi), Franca Faita (tra le obiettrici della Valsella) per fare qualche nome meriterebbero la nomina di senatori a vita e invece, davanti ad interrogazioni parlamentari del 2016 sul carico di bombe verso l’Arabia Saudita, Paolo Gentiloni , allora ministro degli esteri e Roberta Pinotti, ministro della Difesa, hanno affermato che il problema non sussiste ed è tutto regolare perchè non esistono posizioni ufficiali dell’Onu in materia. Nell’aula dove insiste il blocco bronzeo del trionfo di casa Savoia, si son sentite giustificazioni improntate a realismo e a cautela davanti ad una situazione tragica che merita altre risposte. Stessa linea ripetuta dal sottosegretario agli Esteri Amendola discutendo di una mozione presentata a luglio 2017. Il problema non sono solo i governanti ma la carenza di coscienza collettiva come dimostra ad esempio la flebile protesta verso il recente coinvolgimento italiano nella guerra in Libia del 2011 che ha scatenato l’inferno e il caos alle nostre porte. Una guerra che gli stessi vertici militari hanno criticato e sostenuto controvoglia, come risulta da diverse dichiarazioni ex post. Eppure una resistenza morale e attiva esiste. Anche e soprattutto in Sardegna, con riferimento alle bombe di Domusnovas non ha dominato il silenzio.

LA RESISTENZA ALLA BANALITA’ DEL MALE

Da diverse prospettive hanno mantenuto il punto gli “irregolari”, anarchici e movimenti nonviolenti, visti con compatimento o sospetto da parte di molti che pur di pace parlano ma in maniera generica , rimuovendo lo sguardo dalla realtà delle cose. Scavando in profondità si conoscono storie come quella di Teresa Piras, allieva di Aldo Capitini, che ha fatto la scelta di di andare ad insegnare nel Sulcis proprio per sostenere i minatori nella loro dura condizione lavorativa ed è rimasta a lottare pacificamente su quella terra cercando di recuperare antiche e feconde pratiche agricole.
Inaspettatamente, dopo una lezione pubblica in università a Cagliari organizzata nel marzo 2017 dalla scuola di partecipazione politica collegata con il Movimento dei Focolari, la realtà locale di questa realtà ecclesiale diffusa a livello mondiale, ha deciso di organizzare il 7 maggio 2017 una marcia ad Iglesias, a ridosso di Domusnovas, dando voce alle diverse espressioni contrarie alla presenza di una fabbrica di bombe sul territorio. Titolo del percorso: “pace parliamone”. Già a marzo del 2016 i giovani dei Focolari avevano organizzato a Roma nell’auletta dei gruppi parlamentari della Camera, un incontro sulla pace improntato sulle risposte inevase a partire dai carichi di armi in partenza dalla Sardegna per proseguire con la violazione della legge 185/90 , la presenza degli ordigni nucleari nelle basi Usa in Italia e la progressiva conversione del core business di Finmeccanica Leonardo dal settore civile a quello degli armamenti. Domande inconsuete che hanno messo in difficoltà soprattutto i parlamentari di estrazione cattolica presenti, che immaginavano di trovare il solito appello ai valori astratti. Alcuni di loro hanno fatto ricorso alla categoria del realismo politico di weberiana memoria pur trovandosi di fronte a testimonianze come quella di un giovane ingegnere che, d’accordo con la sua ragazza e i familiari, ha deciso di rifiutare un lavoro presso una società missilistica.

CONTRO L’INDIFFERENZA . A IGLESIAS LA COSTITUZIONE È VIVA

La marcia del 7 maggio di Iglesias con tanto di comizio in piazza e appello lanciato a livello nazionale: “perché non possiamo restare indiferrenti”, ha avuto un seguito il giorno dopo nella costituzione di un comitato per la riconversione dell’industria bellica e la valorizzazione del patrimonio del Sulcis Iglesiente, con la presenza di compenti di diversissima e plurale estrazione che ha potuto presentare questa istanza in una affollata conferenza stampa alla Camera dei Deputati il 21 giugno 2017, assieme a rete disarmo,rete pace, Amnesty international,banca etica, Oxfam, Focolari e l’intervento di Medici senza frontiere, ma riportato solo da Avvenire che ha dato grande spazio al percorso di Iglesias. Sono le stesse associazioni che a marzo 2017, a due anni dall’inizio dei bombardamenti sullo Yemen, hanno sottoscritto un forte e finora inascoltato appello all’attuale ministro degli esteri. La presenza ragionevole, mite e ostinata, del comitato sardo ha portato ad una dichiarazione unanime del consiglio comunale di Iglesias del 19 luglio 2017 che si è dichiarata città di pace chiedendo ogni iniziativa urgente per riconvertire economicamente il territorio da liberare da ogni ricatto sul lavoro. Le sezioni locali di Confindustria, Cgil e Cisl, invece di considerare questa occasione per ridiscutere l’applicazione e le risorse effettive del piano Sulcis approvato a livello regionale hanno rilasciato una comunicazione congiunta sulla necessità di mantenere in loco la produzione della Rwm, ignorando evidenze come quella esposta recentemente dall’Istituto Affari internazionali sul cambio di strategia dell’Arabia Saudita di investire su una propria industria militare. Nell’attuale situazione di grave fragilità e solitudine dei lavoratori, bisogna saper agire sulle leve decisionali effettive che non risiedono solo nella sede generale della Rheinmetall che potrebbe decidere di delocalizzare con calma come fatto ad esempio dalla statunitense Alcoa. Le parti sociali hanno la possibilità di ovviare alla loro miopia culturale ma la questione di Domusnovas è paradigmatica perché mette in evidenza la crisi di un intero Paese incapace di elaborare una politica a favore della pace a partire dalle scelte strutturali come sono quelle economiche senza le quali come diceva Giorgio La Pira non ci resta altro che la “magra potestà delle prediche”.