domenica 20 maggio 2018

Un anno fa moriva il colonnello russo Stanislav Petrov, nel 1983 salvò il mondo dall' apocalisse nucleare



Il 19 maggio 2017 moriva il tenente colonnello russo Stanislav Petrov ,che, nel 1983, non credette al segnale di allarme del sistema di difesa russo che indicava l' arrivo nel  paese di missili nucleari statunitensi. Con questa decisione Petrov impedì la risposta automatica dell' Unione Sovietica con armi nucleari contro gli Stati Uniti.

Il militare sovietico non fu premiato per questo, al contrario il suo gesto fu considerato un errore e una disobbedienza ai protocolli previsti. Petrov spiegò di essere stato sicuro, per le sue competenze e la sua esperienza, che l' allarme fosse un errore tecnico.

In Italia la notizia della morte di Petrov arrivò solo nel settembre 2017 quando il giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Dragosei cercò di contattarlo per una intervista.

Di seguito l' articolo di Fabrizio Dragosei che il 16 settembre 2017 ha fatto conoscere in Italia la scomparsa del militare della ex Unione Sovietica avvenuta quattro mesi prima.

M.P.

L’uomo che ha salvato il mondo è morto come è vissuto: nell’anonimato, senza riconoscimenti o quasi, in un misero appartamento di una cittadina satellite di Mosca. Per mesi, anzi, nessuno ne ha saputo nulla e la notizia è trapelata solo ora perché qualcuno l’ha cercato nell’anniversario di quel 26 settembre 1983. Fu allora che il tenente colonnello Stanislav Petrov (morto a 78 anni) decise che i segnali che arrivavano dai radar intercettori erano sbagliati, nonostante i tecnici giurassero il contrario.
Non era vero che gli Stati Uniti avevano lanciato decine di missili termonucleari contro l’Unione Sovietica; lui non seguì la procedura, non avvertì il Cremlino che avrebbe avuto meno di quindici minuti per decidere di reagire, facendo partire bombe atomiche dirette verso l’America e l’Europa. In quei pochi minuti che seguirono l’allarme dato a mezzanotte e quindici minuti, Petrov salvò il pianeta dall’olocausto nucleare.
I suoi superiori, quando poi si chiarì che si era trattato di un errore del sistema, non lo premiarono. Il colonnello, anzi, ricevette un richiamo per non aver seguito la procedura standard e la sua storia è rimasta segreta fino al crollo dell’Unione Sovietica. Ma anche dopo, in Russia non si è quasi mai parlato di Petrov. Il colonnello ha ricevuto qualche riconoscimento all’estero, ma nulla in patria.
Un anno fa lo siamo andati a trovare a Fryasino, la cittadina dove viveva a una ventina di chilometri dalla capitale. L’articolo uscito sul Corriere suscitò parecchio interesse in Italia, tanto che un gruppo di volontari, l’R 14 di Milano, decise di assegnargli un premio e un contributo economico che gli è stato utile negli ultimi mesi di vita.
Petrov abitava in uno dei tipici palazzi di cemento armato costruito in epoca kruscioviana per dare una casa, anche se di scarsa qualità, a tutti i sovietici. Una persona schiva, modesta, un uomo minuto e già segnato dalla malattia. Di poche parole. Quando lo incontrammo, si schermì subito «Noo!, che ho fatto? Niente di speciale, solamente il mio lavoro». Per aggiungere subito dopo: «Ero l’uomo giusto al posto giusto al momento giusto».
In realtà è stata una fortuna per questo pianeta che Petrov non fosse un militare qualunque, uno dei tanti addetti alla sorveglianza a distanza dei silos americani nei quali sono custoditi i missili intercontinentali. Lui era un analista che quella notte si trovò quasi casualmente a fare un turno di guardia ai calcolatori, sostituendo uno dei militari professionisti. Un altro avrebbe semplicemente controllato i segnali in arrivo (cosa che lui fece) e si sarebbe limitato ad applicare il protocollo, informando i suoi superiori: «Missili americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Unione Sovietica fra 25/30 minuti». L’analista reagì invece diversamente, con grande professionalità.
Petrov non credeva che gli Stati Uniti potessero veramente attaccare. «E se pure l’avessero fatto, non avrebbero lanciato solo un grappolo di missili», ci disse un anno fa. Si convinse che fosse «un’avaria del sistema». Così non disse ai superiori che era in corso un vero attacco. E salvò il pianeta. La notte in questione era quella del 26 settembre 1983 alle 00,15. Venticinque giorni prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto un jumbo jet coreano con 269 persone a bordo che era entrato nello spazio aereo dell’Urss.
Erano gli anni della gerontocrazia al comando, della paranoia e della profondissima crisi. Il gensek (segretario generale del partito) Jurij Andropov era permanentemente in ospedale. In quell’occasione, il 1° settembre, a controllare i radar non c’era un «Petrov», ma un militare disciplinato e ottuso che riferì ai suoi superiori: un apparecchio, probabilmente un aereo spia degli Stati Uniti, aveva violato il territorio della madrepatria. I generali e i politici applicarono le regole. In pochi minuti il maggiore Gennadij Osipovich che aveva affiancato il jet civile con il suo Sukhoi, ricevette l’ordine di abbattere l’intruso. «Non dissi alla base che era un Boeing, perché nessuno me lo aveva chiesto», si è giustificato in seguito.
Petrov no. Petrov non era ottuso. I tempi per rispondere ad un attacco nucleare sono strettissimi. I missili impiegano meno di mezz’ora per raggiungere la Russia dagli Usa. Alcuni minuti servono per controllare che tutti i parametri siano giusti. Poi la comunicazione telefonica a Mosca: l’informazione arriva ai vertici. Si sveglia il capo supremo (allora era il gensek, oggi sarebbe il presidente Putin) e a quel punto bisogna decidere subito. Militari, ex agenti del KGB (come Andropov, ma forse anche come Putin) non sono abituati a mettere in discussione le procedure.
In quelle settimane del 1983 la tensione era altissima, con Reagan che aveva bollato l’Urss come «Impero del male» appena sei mesi prima e Andropov che si diceva convinto della volontà di aggressione americana. A un attacco si sarebbe risposto quasi certamente con una massiccia rappresaglia: decine di missili sovietici lanciati verso gli Stati Uniti. E Washington avrebbe certamente replicato con il lancio (questa volta vero) delle sue testate nucleari. Per il globo sarebbe stata la fine. Ma Petrov non era ottuso. Al suo posto di controllo a Serpukhov-15, vicino Mosca, arrivò il segnale sempre atteso e tanto temuto: «Si accese una luce rossa, segno che un missile era partito. Tutti si girarono verso di me, aspettando un ordine. Io ero come paralizzato, dapprincipio. Ci mettemmo subito a controllare l’operatività del sistema, ventinove livelli in tutto», ci raccontò. Pochissimi minuti e si accese un’altra luce, poi un’altra. «Nessun dubbio, il sistema diceva che erano in corso lanci multipli dalla stessa base», racconta. «Una nostra comunicazione avrebbe dato ai vertici del paese al massimo 12 minuti. Poi sarebbe stato troppo tardi». Petrov era sicuro che la segnalazione fosse sbagliata, nonostante tutto. «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore, me lo diceva la mia intuizione» Così comunicò che c’era stato un malfunzionamento del sistema. “I quindici minuti di attesa furono lunghissimi. E se eravamo noi a sbagliare? Ma nessun missile colpì l’Unione Sovietica».
In seguito si chiarì che il sistema era stato ingannato da riflessi di luce sulle nuvole. Non venne premiato: se lui aveva ragione, qualcun altro aveva sbagliato a progettare il sistema, magari qualche alto papavero. Così tutto venne insabbiato e finì tra le storie “soverscenno secretno”, top secret. “Alla fine, quando mi congedai, non mi concessero nemmeno la solita promozione a colonnello”, ha raccontato. A 76 anni, nel 2016, faceva la vita di sempre nel palazzo di Fryasino. Poi la salute è peggiorata. Il figlio Dmitrij lo ha ricoverato più volte in ospedale. Il 19 maggio di quest’anno è venuto a mancare. Ma anche noi lo abbiamo saputo solo adesso.



sabato 19 maggio 2018

Trattato bando nucleare - Già 10 significative ratifiche: Palestina, Cuba, Venezuela, Santa Sede, Austria, Vietnam.....


Al 19 maggio 2018, dieci paesi hanno terminato l' iter di ratifica del Trattato per il bando nucleare approvato dall' Assemblea ONU il 7 luglio 2017, mentre 58 sono i membri ONU che finora hanno firmato il trattato.

Per entrare in vigore l'accordo deve raggiungere le 50 ratifiche, ma nell' Assemblea ONU per il Disarmo, che si riunisce periodicamente a Ginevra, hanno dichiarato il loro sostegno al Trattato sia l' assemblea dei paesi non-allineati sia il delegato della Nigeria a nome di tutta l' Unione Africana.

Altri paesi inoltre hanno già iniziato l' iter della ratifica e arriveranno presto all' atto finale.

Tra i 122 paesi che nell' assemblea dell' ONU hanno votato a favore del trattato e tra i 58 paesi che hanno firmato l' accordo nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, spicca l' adesione quasi totale dei paesi del Sud America e dell' Africa.

Ma è significativo anche vedere quali sono i dieci paesi che hanno già ratificato ufficialmente l' accordo. Non sono grandi, a parte il Mexico,  ma i loro nomi dimostrano l' enorme valenza politica e simbolica del trattato.

Ecco i dieci paesi:

Palestina, Cuba, Città del Vaticano, Venezuela, Vietnam, Austria, Mexico, Taylandia, Guyana e Palau

L' Austria è il primo paese  dell' Unione Europea a ratificare l' accordo.

L' UE  non si è pronunciata ufficialmente sul Trattato, aiutata dalla assenza di un suo ambasciatore nell' assemblea ONU, ma partecipa sempre alle iniziative nella sede delle Nazioni Unite. L' Alto Commissario agli Affari Esteri Mogherini era presente nel Palazzo di Vetro il 20 settembre 2017 quando sono state poste le prime firme al trattato in occasione della sessione annuale dell' Assemblea ONU.

Il "non pronunciamento" dell' Unione Europea è quindi da sottolineare con forza,  facendo notare la differenza con l' atteggiamento della NATO che ai suoi membri, compresi Grecia e Portogallo a guida progressista, ha addirittura impedito di partecipare ai lavori sul trattato dell' Assemblea.

M.P.

venerdì 11 maggio 2018

Evento "Aspettando il Giro", molte occasioni per contestare il Giro d'Italia sponsorizzato da Israele


"Aspettando il Giro" è un evento nazionale dal 6 maggio al 16 giugno promosso dalle Biblioteche di Roma Capitale, di cui fa parte la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza.

Nei quaranta giorni dell' evento sono previsti molti appuntamenti soprattutto a Roma ma anche in altre regioni italiane.
Sono tutte occasioni nelle quali, in modo pacato ma chiaro ed esplicito, può essere spiegato ai presenti

come il Giro d'Italia 2018 per ragioni economiche e politiche si sia prestato di fatto a fare da testimonial alla politica di guerra dello Stato di Israele, che proprio nelle stesse settimane del Giro sta mettendo in atto una strategia guerrafondaia ben oltre i territori palestinesi che occupa da settanta anni in modo violento.

Intanto segnalo e mi propongo di convincere piccoli gruppi di conoscenti a intervenire negli eventi nella città di Roma.

Marco P.

CI SIAMO SI PEDALA
LIBRI NEL GIRO 2018 - V edizione
Dal 6 maggio al 16 giugno
Progetto di promozione della lettura e cultura della bicicletta
a cura di Ti con Zero e Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza

Il Giro d’Italia non è solo una corsa – la Corsa Rosa del 2018 – di 3562,9 km in 21 tappe e 24 giorni per 176 corridori di 22 squadre. Il Giro d’Italia è una storia cominciata nel 1909, letteraria e poetica, teatrale e cinematografica, è una storia di storie, uomini e anche donne, campioni e soprattutto gregari, è una mappa di salite e discese, è un’enciclopedia di fughe e inseguimenti, è una grammatica di bici e ruote.
“Libri nel Giro”, l’iniziativa organizzata dall’associazione Ti con Zero e dalla Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza, accompagna il Giro d’Italia per il quinto anno consecutivo con l’obiettivo di promuoverne la cultura e la lettura. Il calendario del 2018 si svolge principalmente a Roma (sede dell’arrivo finale del Giro d’Italia il 27 maggio), e comprende per tutto il mese di maggio: pedalate, incontri tra letteratura e sport nelle aule magne dei licei sportivi romani, teatrini di carta dedicati al ciclismo, reading, libri, laboratori, narrazioni performative con teatrino in miniatura. 

La Biblioteca della Bicicletta Lucos Cozza, l'unica specializzata nel genere in tutta Europa, possiede 2000 libri e dal 2016 è stata accolta e sostenuta dalle Biblioteche di Roma nella sede di Casa del Parco.
“Aspettando il Giro” è il progetto sostenuto dalle Biblioteche di Roma e promuove tra le tante attività la prima edizione di “Cuor di pedalata” , (in programma lunedì 28 maggio: la biblioteca della bicicletta raccoglie e dona libri per l’infanzia alle scuole di periferia in collaborazione con il Coordinamento Roma ciclabile) e quattro incontri tra sport e letteratura dedicati ai ragazzi (con il maestro dello sport Sandro Donati, i giornalisti Luigi Panella e Maurizio Nicita, lo scrittore Lorenzo Iervolino, l’ex campione del mondo supermedi Giovanni De Carolis, due volte campione del mondo nella spada Paolo Pizzo e con gli attori Patrizia Hartman e Gabriele Benedetti).

“Giro al museo” è il progetto sostenuto dal Museo delle Civiltà realizzato presso il Museo delle arti e tradizioni popolari di Roma, che dal 6 maggio accoglierà una mostra di teatrini ispirati al ciclismo e alla bicicletta, opere di Fernanda Pessolano, con testi di Marco Pastonesi, scrittore e giornalista sportivo e Attilio Scarpellini, critico teatrale, corredata da laboratori per bambini, da un gioco-quiz sulla bicicletta e sul ciclismo, dalla narrazione performativa “Alfonsina e il circo” (Ediciclo) con un teatrino in miniatura di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio dedicato ad Alfonsina Strada, la prima e unica donna che abbia mai partecipato (accadde nel 1924) al Giro d’Italia degli uomini, e da un reading con musica dal vivo dedicato agli ultimi in classifica, con Marco Pastonesi e Alessandro D’Alessandro, musicista.
Dal 6 al 16 giugno la Biblioteca della bicicletta Lucos Cozza si sposterà nelle biblioteche di tappa del Giro d’Italia under 23, con laboratori e incontri in librerie di Forlì, Riccione, Nonantola (Modena), Pergine Valsugana (Trento) e Conegliano (Treviso).

Collaborazioni e patrocini

Centro per il libro e la lettura, Il Maggio dei Libri, repubblica.it, Museo delle Civiltà-Museo delle arti e tradizioni popolari, Biblioteche di Roma, Biblioteche dei comuni di tappa Giro d’Italia under 23 – Conegliano Veneto, Forlì, Nonantola, Pergine Valsugana, Riccione - , Giro d’Italia under 23, Federazione ciclistica italiana, Regione Emilia Romagna, Regione Lazio, Regione Lombardia, Regione Trentino Alto Adige Regione Veneto, Coordinamento Roma Ciclabile – Ruota libera Fiab, VediRomaInBici, NaturaInBici -.

“Aspettando il Giro”, voluto dalle Biblioteche di Roma e finanziato dalla Regione Lazio con la legge regionale 23 ottobre 2009, n. 26 - Avviso pubblico “La Cultura fa Sistema”
info
bibliotecadellabicicletta@gmail.com
FB biblioteca della bicicletta Lucos Cozza
http://www.museocivilta.beniculturali.it/

venerdì 4 maggio 2018

"..che il Giro parta da Israele nel centenario della nascita dello stato ebraico.." Lettera di Carrai al Corriere della Sera

Marco Carrai, secondo da sinistra, Luca Lotti, ministro dello spot, primo a destra. Gli altri due li conoscete

Marco Carrai è un imprenditore fiorentino amico di Matteo Renzi, il Corriere della Sera fa parte della RCS proprietaria anche della Gazzetta dello Sport e quindi organizzatrice del Giro d' Italia.

In una lettera al direttore, ospitata nella pagina sportiva del quotidiano e segnalata anche nella prima pagina, Marco Carrai scrive:

"Caro Direttore, è significativo che il Giro d' Italia parta da Israele nell' anno in cui si festeggia il centenario dello stato ebraico..."..."...da amico di Israele e suo figlio adottivo......il ciclismo farà conoscere a tutti Israele. terra Santa per tanti popoli ma casa per un Popolo che da lì ha saputo anche grazie ad eroi come Bartali risollevarsi dopo l' ennesimo atroce atto di disumanità gratuita.. ...perpetratogli contro. Sono luoghi belli e vivi dove il futuro esiste."

Marco Carrai si interessa di sicurezza informatica, lavora a rendere i dati registrati sui computer sicuri e inaccessibili.

Una materia molto complessa, ma Carrai sbaglia qui una cosa semplice, scrive senza rileggere e verificare un dato.  Lo Stato Israele è nato ufficialmente il 15 maggio 1948 e quindi tra pochi giorni festeggerà 70 anni e non cento. Scrivere di fretta spesso comporta errori grossolani, lo sappiamo bene ora che scriviamo quasi tutti almeno email o sms,

Mi piace però sottolineare questo errore perché è compiuto da una persona presuntuosa e ambiziosa amica di Matteo Renzi che, con arroganza e ignoranza, sta distruggendo non il suo partito ma almeno una parte del nostro paese.

I problemi in Palestina sono ben altri, ci sono alcuni milioni di persone che vivono una esistenza durissima, i soldati israeliani al confine di Gaza sparano a giovani disarmati talvolta uccidendo e ferendone gravemente alcune migliaia.

Ma questa violenza ingiusta ha complici ignoranti,
da Trump, a Renzi, a Carrai.

Ed allora non voglio  prendermela con i "potenti ignoranti" ma vorrei smuovere le migliaia di persone mediamente istruite che non fanno niente perché ritengono che "agitarsi non serva a cambiare le cose".

Ribellarsi è giusto ma è soprattutto utile a costruire un mondo più decente.

Marco Palombo

mercoledì 2 maggio 2018

1976, Coppa Davis in Cile: la maglietta rossa di Adriano Panatta



A proposito di Giro d' Italia in Israele
Panatta:
"...dico a Bertolucci: 'Paolo oggi ci mettiamo le magliette rosse (foto) '. E lui, di getto: 'Ma sei matto, qui ci arrestano o ci fucilano'. Insisto: 'Dai, non lo vedi che siamo super-protetti?'. Replica: 'No Adrià, lasciamo perdere'. Segue una animata discussione in romanesco che non ripeterò. Lo prendo per stanchezza: 'E fammi fare questa provocazione'......

venerdì 27 aprile 2018

Parole inquietanti di De Mistura (ONU): a maggio teme un attacco militare di Israele all'Iran ?


Intervistato da Vincenzo Nigro per Repubblica, Staffan De Mistura, inviato ONU per la Siria, ha rivelato: "C'è un pericolo su territorio siriano fra Iran e Israele, è una vera minaccia. Il mese di maggio sarà un mese pericoloso. L' Onu osserva con molta preoccupazione la tensione tra Israele e Iran, nel contesto siriano e libanese. Non posso dire di più perché abbiamo bisogno di diplomazia di discrezione."

In questo momento Israele ufficialmente non è presente sul territorio siriano, dove invece ci sono gruppi armati iraniani e gli Hezbollah libanesi alleati del governo siriano. Israele può entrare in contatto con l' Iran in Siria solo con nuove azioni militari dal cielo o di terra. La minaccia di cui parla De Mistura quindi, prendendo alla lettera quanto ha dichiarato, non potrebbe venire che da una offensiva militare israeliana in Siria molto più grande rispetto agli isolati bombardamenti che in questi sette anni di guerra ha effettuato nel territorio siriano o addirittura da una invasione di terra in Siria o Libano.

A maggio sono previste anche due mosse di Trump che alzeranno la tensione alle stelle nella regione: l' uscita USA dall' accordo con il Iran, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania, sul programma nucleare di Terahan e lo spostamento dell' ambasciata USA in Israele a Gerusalemme. Inoltre il 15 maggio 2018 sarà il 70° anniversario della nascita dello stato di Israele e relativa cacciata di moltissimi arabi palestinesi dalla loro terra.

Il maggio 2018 non poteva essere un momento peggiore per far partire il Giro d' Italia da Gerusalemme. E, viste le contestazioni in preparazione sulle strade della corsa a tappe nel territorio italiano, il passaggio della corsa ciclistica in Palestina probabilmente si rivelerà anche un pessimo affare per Israele,  nonostante sia costa poco, 10 milioni di euro.

M.P.

mercoledì 25 aprile 2018

Il manifesto si scusi con i palestinesi, che il 25 aprile devono poter manifestare insieme a noi



Lettera al manifesto di oggi 25 aprile 2018:

"...I padri e i nonni degli attuali palestinesi erano invece alleati di Hitler, il cui esercito comprendeva anche la famigerata 13 divisione SS Handshar formata da truppe musulmane, il cui stemma era estremamente simile alla bandiera palestinese. Ecco perché quelle due bandiere non possono sfilare insieme nello stesso corteo, soprattutto il 25 aprile, la prima combatteva contro Hitler, la seconda per Hitler.
Viva il 25 aprile, viva la resistenza, no agli intrusi. "

Claudio della Seta   

Lo stemma della 13° divisione SS Handshar


Appena lasciato il comizio di Porta San Paolo ho immediatamente fatto una rapida ricerca su Google e Wikipedia, e alla voce 13° divisione SS Handshar ho trovato quanto riporto di seguito. La divisione SS Handshar citata dalla lettera è davvero esistita, anche se per meno di due anni, e il Gran Mufi di Gerusalemme sembra non essere stato estraneo alla sua nascita. Ma la divisione non era composta da Palestinesi e il suo stemma, almeno consultando Wikipedia, non era affatto simile alla bandiera palestinese. E' vergognoso che il manifesto pubblichi una lettera del genere, sicuramente ci saranno delle scuse nelle prossime ore. Ma segnalo subito la lettera.

Marco P.

13. Waffen-Gebirgs-Division der SS Handschar (1. Croata e Bosniaca) fu costituita il 10 febbraio 1943 prevalentemente con musulmani provenienti dalla Croazia, che al tempo, includeva la Bosnia ed Erzegovina e, in misura minore, da territori di lingua albanese. L'appellativo "Handschar" (Handžar in croato) deriva dalla scimitarra, la tipica spada turca, che è raffigurata come simbolo della divisione.
Fin dall'autunno del 1942 Heinrich Himmler e Gottlob Berger avevano studiato la possibilità di arruolare musulmani, provenienti dai Balcani. Dopo l'approvazione di Hitler, l'SS-Obergruppenführer Artur Phleps e Amin al-Husayni, capo spirituale dei musulmani di Bosnia, iniziarono l'opera di reclutamento.
All'inizio del 1943 erano stati reclutati 21 065 uomini, prevalentemente musulmani, e caso particolare, la divisione aveva reclutato per ogni battaglione un Imam e per ogni reggimento un mullā; oltre a ciò altra particolarità di questa divisione, era il caratteristico fez verde. Dopo un periodo di addestramento a partire dal febbraio 1944, la divisione, insieme con le altre divisioni SS "Kama" e "Skanderbeg", venne impegnata in diverse operazioni contro i partigiani comunisti di Tito.
In questo periodo gli uomini della divisione si resero protagonisti di decine di episodi di crudeltà contro i civili; questo spiega anche perché, con il procedere dell'avanzata sovietica verso i Balcani, decine di soldati iniziarono a disertare, non per unirsi alle nuove forze vincitrici, ma per proteggere la loro casa e le loro famiglie dalla vendetta dei partigiani titini. Nel novembre del 1944 la divisione era ormai allo sbando, anche se un piccolo numero di unità continuarono a combattere fino all'8 maggio 1945 quando si arresero in Austria alle truppe inglesi.

Reclutamento[modifica | modifica wikitesto]


Durante la lettura di un opuscolo a titolo "Islam ed Ebraismo" estate 1943

1943/1944
A partire dalla fine del 1942, il Reichsführer SS Heinrich Himmler, di concerto con il Gran Mufti di GerusalemmeAmin al-Husayni, propone ad Hitler la formazione di una divisione SS bosniaca musulmana. Hitler accorda il permesso di procedere alla formazione di questa unità Waffen SS il 10 febbraio 1943. Il successivo giorno 13 febbraio 1943 Himmler incarica il Gruppenführer SS Artur Phleps, sino ad allora comandante della 7. SS-Gebirgs-Division Prinz Eugen, di procedere al reclutamento della nuova divisione. Malgrado una certa resistenza opposta dalle autorità croate (la Croaziain quell'epoca includeva l'intero territorio bosniaco), Phleps ottiene la loro autorizzazione a procedere nell'operazione a condizione che gli effettivi siano membri degli Ustascia di Ante Pavelić e che la nuova divisione sia denominata «SS-Ustasha Division Kroatien» o «SS Division Bosnia-Hercegovina». La campagna di reclutamento viene quindi avviata nel cuore della Bosnia facendo capo alle reti islamiste JMO e JMM, le due maggiori componenti politiche musulmane bosniache.
Sin dall'inizio questa nuova unità di montagna assume i propri simboli distintivi: una scimitarra con croce uncinata (in luogo delle "S" runiche) e il caratteristico fez. Nel mese d'aprile 1944 il Gran Mufti si reca personalmente in Bosnia per incitate i giovani musulmani balcanici ad arruolarsi nelle Waffen SS. Si presentano volontari in circa 10 000, ma il reclutamento non procede per via dell'opposizione di Ante Pavelić, che accusa i tedeschi di sottrargli le reclute delle quali ha bisogno per la sua armata e, soprattutto, teme che - per le sue peculiari caratteristiche di reclutamento regionale e confessionale - la nuova unità possa di fatto rilanciare l'autonomismo bosniaco e finire per far scivolare la Bosnia fuori dal controllo di Zagabria, mettendo in gioco la stessa unità della Croazia.
Infine, le unità musulmane dell'armata Ustasha vengono trasferite nei ranghi della nuova unità SS, mentre a Sarajevo, i "Giovani musulmani" (Mladi Muslimani) del futuro presidente della Bosnia ed Erzegovina indipendente Alija Izetbegovićassicurano l'afflusso di nuovi volontari aprendo un attivo ufficio di reclutamento (Erzatzkommando der Waffen-SS), come attestato dagli archivi del SS-Führungs-Haupt-Amt di Gottlob Berger a Berlino......